È arrivato di nuovo quel momento.
Sono passati 45 giorni dalla fine del terzo trimestre 2025, e i documenti 13F delle più grandi firme dell’investimento istituzionale sono finalmente pubblici.
Questi report rivelano—con un ritardo voluto—le posizioni azionarie detenute dai fondi registrati alla fine di ogni trimestre.
Non includono derivati complessi, criptovalute né strategie short dirette… ma a volte, tra le righe, emergono veri e propri segnali d’allarme.
E questa volta, contrariamente a ogni aspettativa, non è stato un trimestre silenzioso.
Il mercato azionario, trainato dall’S&P 500, che ha continuato la sua marcia verso nuovi massimi, sembrava in realtà suggerire prudenza da parte dei cosiddetti “investitori razionali”.
Eppure, guardando i dati con attenzione, si scopre che i grandi non sono stati fermi e anzi, hanno mosso pedine decisive, alcune delle quali suonano come un monito per chiunque stia ancora inseguendo il treno dell’AI a occhi chiusi.
Prima di iniziare, tutti i dati utilizzati per l’articolo di oggi, arrivano da Investing PRO, uno strumento che mi dà accesso a grafici avanzati, analisi macro in tempo reale e strumenti per seguire ogni mossa delle banche centrali e delle élite finanziarie.
Puoi in un click monitorare i portafogli dei grandi investitori e dei fondi di investimento, avere notizie scremate per settore (e per titolo), vedere dentro il cuore di ciascuna azienda e un sacco di altri dati e suggerimenti basati su AI e big data.
Ecco dunque cosa è davvero successo nel Q3 2025 (e perché potrebbe cambiare tutto).
1. Michael Burry: L’Addio di un Profeta Scomodo
Cominciamo con la notizia più sconvolgente: Michael Burry ha chiuso il suo fondo, Scion Asset Management.
Sì, proprio il Michael che ha previsto e sfruttato la crisi dei subprime con una precisione quasi cinematografica, ha annunciato la liquidazione del fondo in una lettera ai suoi investitori, trapelata online.
Il messaggio è disarmante nella sua semplicità:
“Con il cuore pesante, liquiderò i fondi e restituirò il capitale. La mia stima del valore dei titoli non è più—e non lo è da tempo—in sintonia con i mercati.”

Non è una critica, forse più una resa, una dichiarazione di impotenza di fronte a un mercato che, secondo Burry, ha perso ogni ancoraggio alla realtà.
Ma prima di abbandonare la scena Burry sembra aver lasciato un ultimo messaggio, codificato nei dati dei 13F e poi confermato dai suoi canali personali.
Ha scommesso pesantemente contro due pilastri dell’attuale bolla AI: Nvidia e Palantir.
Sui documenti 13F compare una posizione significativa in put option su entrambe le società, ma è su X che Burry ha svelato i dettagli:
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Ha investito 9,2 milioni di dollari per acquistare 500 contratti put su Palantir, con prezzo d’esercizio a 50 dollari e scadenza nel 2027.

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Ha fatto lo stesso con Nvidia, acquistando put per 10.000 azioni (100 contratti), strike a 110 dollari, stessa scadenza.

Alla stesura di questo articolo Palantir scambia a circa $181 e Nvidia a $182, il che fa sembrare folli le scommesse di Burry, che vedrebbe quindi scontare Palantir del 72% rispetto i valori attuali e Nvidia quasi del 40%.


Ma Burry non sta scommettendo su un crollo immediato, sta giocando sulle probabilità e sul tempo, infatti con un’opzione con quasi tre anni di vita (scadono a fine 2027), basta un calo del 15-20% per far schizzare il valore del contratto in alto, grazie alla volatilità implicita e all’aumentata probabilità che il prezzo scenda sotto lo strike.
Il piano dunque è probabilmente quello di vendere le opzioni a un prezzo molto più alto di quello pagato, senza mai dover esercitarle (e incassare quindi il profitto dalla vendita del contratto).
Questa è una scommessa sulla fragilità della narrativa AI, non sulla sua imminente implosione e il fatto che Burry abbia deciso di uscire del tutto dal gioco, dopo aver piazzato quest’ultima mossa, dice più di mille analisi.
Quando un investitore del suo calibro dice “a volte l’unica mossa vincente è non giocare”, è il momento di fermarsi e guardarsi intorno.

Burry non agisce a caso: dietro ogni sua mossa c’è un’analisi rigorosa dei bilanci, dei flussi di cassa e delle asimmetrie di mercato.
Per accedere a questi dati uso Investing PRO che mi da tutto ciò che mi serve per valutare aziende, analizzare moat e identificare in un attimo disallineamenti tra prezzo e valore, capendo così quali titoli sono sopravvalutati e quali sottovalutati.
Inoltre posso analizzare (proprio come ho fatto per redigere questo articolo), i portafogli dei grossi investitori per vedere appunto ogni loro mossa e usare i Pro Picks, uno strumento basato su AI e Big Data che restituisce suggerimenti mensili di titoli di maggiore interesse focalizzandosi sui dati di ciascuna azienda e dicendomi quindi cosa comprare e cosa scaricare (puoi vederne un esempio nel mio ultimo articolo qui).
2. Warren Buffett: L’Abbraccio Inatteso a Google
Mentre Burry esce di scena, un altro gigante fa una mossa che ha lasciato perplessi persino i suoi seguaci più devoti: Warren Buffett ha investito 4,3 miliardi di dollari in azioni Google (Classe A).
Sì, Google, la stessa azienda che molti value investor considerano “troppo cara”, “senza moat” o “a rischio di disintermediazione da parte dell’AI generativa”.
Eppure, Berkshire Hathaway ha costruito una posizione che ora occupa il decimo posto nel portafoglio, superando nomi storici come Bank of America o Coca-Cola in termini di recente allocazione.
Perché questo improvviso interesse verso Alphabet?
La risposta più probabile non penso sia una scommessa sulla crescita esplosiva, ma più che altro una questione di cash flow.
Google, nonostante le sfide da ChatGPT e soci, continua a generare decine di miliardi di dollari di utile netto ogni anno, con margini operativi superiori al 30% e un bilancio solido come pochi.

In un contesto in cui i Treasury a breve termine rendono meno del 4% e il mercato è iperottimista, a Buffett potrebbe semplicemente sembrare più saggio parcheggiare capitali in un’azienda che stampa denaro, piuttosto che in strumenti governativi che rischiano di svalutarsi con l’inflazione.
Ma c’è un’altra mossa, questa volta più sottile, che accompagna l’ingresso in Google: la continua riduzione della posizione in Apple.
Nel Q3, Berkshire ha venduto un ulteriore 15% delle sue azioni Apple, portando la quota nel portafoglio al 22%, ancora la più grande certo, ma in netto calo rispetto al picco del 40% di qualche anno fa.

Perché questa decisione? Perché Apple è cambiata.
Nel 2016, quando Buffett iniziò ad accumulare, Apple aveva un P/E di 16 e un dividendo crescente.
Oggi, il P/E è a 35, la crescita degli iPhone è stagnante e il mercato sconta già una rivoluzione nell’AI hardware che potrebbe non arrivare così velocemente.
Il caro vecchio Warren quindi non sta abbandonando Apple, ma sta prendendo profitti su un titolo che, secondo i suoi standard, è ormai “prezzato alla perfezione” e forse oltre.
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3. Bill Gates: Il Distacco da Microsoft
Un altro segnale potente arriva dal fondo della Fondazione Bill & Melinda Gates, che gestisce un patrimonio di oltre 36 miliardi di dollari.
Fino al Q2 2025, Microsoft era la sua holding numero uno, con una quota del 27% del portafoglio. Oggi invece è scesa al 13%, dopo la vendita di 17 milioni di azioni.

Questa non è una semplice diversificazione, ma un dirottamento strategico.
Microsoft, come noto, è al cuore della corsa all’AI, partner principale di OpenAI, investitore in Anthropic e costruttore di data center su scala industriale.
Ma proprio qui nasce il problema.
Nell’ultimo trimestre Microsoft ha annunciato una spesa in conto capitale di 35 miliardi di dollari per espandere la sua infrastruttura cloud e AI. e ha avvertito che queste spese continueranno a crescere.
Nel frattempo OpenAI, di cui Microsoft possiede il 27%, ha dichiarato l’intenzione di acquistare oltre 1.400 miliardi di dollari (sì, 1,4 trilioni) di capacità di calcolo nei prossimi anni, senza però chiarire come pagherà (visto che gli utili sono molto più bassi rispetto questa cifra).
Questo crea un circolo vizioso:
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Microsoft finanzia OpenAI.
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OpenAI promette acquisti colossali.
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Microsoft costruisce infrastruttura per soddisfare quegli acquisti.
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Gli investitori vedono il debito e i costi salire… ma i ricavi concreti dall’AI restano marginali.
A ciò si aggiunge il fatto che da aprile a dicembre 2025, l’azione Microsoft è salita del 38%, passando da 350 a quasi 500 dollari.

Il P/E oggi è a 36, un livello che sconta per forza di cose una crescita esponenziale nei prossimi anni, per giustificare il prezzo attuale del titolo.
Ma cosa succede se quella crescita non arriva, se l’AI non si traduce in margini ma solo in costi?
Gates, che conosce meglio di chiunque altro i rischi tecnologici, sembra aver preso una decisione: meglio uscire in anticipo, piuttosto che aspettare il crollo delle aspettative.
4. Seth Klarman: Il Ritorno al Valore Tangibile
Mentre i giganti dell’AI vengono messi in discussione, un altro maestro del value investing fa una mossa che sembra quasi fuori tempo massimo, ma che è in realtà profondamente coerente.
Seth Klarman, attraverso il fondo Baupost, ha raddoppiato la sua posizione in Restaurant Brands International (RBI), la società madre di Burger King, Tim Hortons, Popeyes e Firehouse Subs.
La posizione vale ora oltre 500 milioni di dollari e rappresenta più del 10% del portafoglio.

Perché RBI? Perché per Seth è il perfetto esempio di business “anti-bolla”:
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Modello in franchising: RBI non possiede ristoranti, ma incassa royalties e una percentuale sui ricavi, indipendentemente da recessioni o inflazione.
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Marchi iconici: Burger King e Tim Hortons sono radicati in decine di Paesi, con riconoscibilità globale.
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Cash flow prevedibile: i ricavi ricorrenti da franchise offrono stabilità.
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Dividendo solido: rendimento attuale di circa 3,5%.
Il P/E è a 24, non un affare straordinario, ma ragionevole per un’azienda che cresce in modo stabile (ricavi in aumento, same-store sales +4% nell’ultimo trimestre) e paga dividendi crescenti.
Klarman quindi non sta inseguendo la narrativa AI, ma sta comprando beni reali, marchi tangibili e flussi di cassa prevedibili.
E non è un caso che Buffett stesso abbia detenuto RBI fino al 2020. Questo è il tipo di azienda che sopravvive a ogni ciclo, mentre le stelle dell’AI possono bruciare in pochi mesi.
Klarman non compra “storie”, compra modelli di business resilienti, con flussi di cassa visibili e margini di sicurezza ben definiti.
Ma individuare queste aziende richiede una lente d’ingrandimento diversa da quella usata normalmente, richiede accesso a dati, dati che puoi trovare ampiamente su Investing PRO (al costo di neanche una pizza al mese).
Investing PRO è stato il mio miglior investimento in un tool di analisi, poiché ad un prezzo ridicolo, mi da accesso a un’incredibile varietà di dati e a strumenti di scrematura automatica del mercato (le Pro Picks), che mi fanno risparmiare letteralmente settimane di tempo rendendo molto più semplici e precise le mie analisi.
Cosa possiamo imparare?
Quelle riportate in questo articolo non sono previsioni apocalittiche, ma un semplice riposizionamento in atto agli alti livelli.
I grandi investitori non stanno fuggendo dai mercati, ma stanno ricalibrando i propri portafogli, cambiando le regole del gioco:
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Burry lancia un’ultima freccia contro la bolla AI prima di ritirarsi.
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Buffett entra in Google non per l’AI, ma per la solidità del cash flow (e riduce Apple perché è diventata “troppo cara per essere prudente”).
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Gates distacca da Microsoft non per sfiducia, ma per prudenza: troppi investimenti e pochi ricavi concreti dall’AI.
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Klarman punta su modelli economici semplici, resilienti e fuori dalla narrativa speculativa.
E intanto, altri big restano fermi:
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Bill Ackman ha solo ridotto Google del 10%.
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Guy Spier ha tagliato Micron del 60%, forse un segnale di prudenza nel settore semiconduttori.
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Mohnish Pabrai ha aperto una posizione in Transocean, la società di trivellazioni offshore, un ritorno al vecchio, solido, impopolare mondo dell’energia fossile.
Il messaggio quindi non è “vendi tutto” o “compra oro”, ma questo:
Quando i migliori investitori del mondo cominciano a divergere dalle narrazioni dominanti, è il momento di interrogarsi.
Il mercato azionario può continuare a salire grazie alla liquidità, all’ottimismo e alla FOMO, ma la sostenibilità di un rally non dipende dai massimi, quanto dai fondamentali.
E oggi i fondamentali dell’AI, almeno per quanto riguarda la redditività reale, sono ancora troppo deboli.
Le entrate da AI per Microsoft, Google e Nvidia rappresentano ancora una frazione marginale dei ricavi totali, eppure le valutazioni scontano già un futuro in cui l’AI domina ogni aspetto dell’economia.
È possibile? Sì.
È probabile nel breve termine? Forse no.
Ecco perché i grandi stanno costruendo ponti di uscita, non per paura, ma per disciplina.
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Conclusione
Il Q3 2025 non ha portato segnali catastrofici, ma ha lasciato tracce evidenti di un cambio di vento strategico tra gli investitori più rispettati del pianeta.
Non stanno abbandonando la tecnologia, ma stanno separando l’hype dal cash flow.
Non stanno fuggendo dalla crescita, ma stanno esigendo un prezzo ragionevole per essa e soprattutto, non stanno confondendo narrazione con valore.
In un mondo dove chiunque può comprare ETF con un clic, la vera differenza la fanno la pazienza, la disciplina e la capacità di dire “no” quando tutti dicono “sì”.
Ma dire “no” quando tutti dicono “sì” non è questione di coraggio, è questione di metodo.
Per chi vuole quindi smettere di investire basandosi su headline, video TikTok o tweet di guru, e iniziare a costruire un approccio personale, rigoroso e duraturo (come fanno i grandi che hai appena citato), bisogna partire dai dati.
Chi nel mondo degli investimenti ha accesso ai dati, e riesce ad interpretarli, vince a mani basse.
Investing PRO è stato progettato esattamente per questo: dare accesso a tutti i dati necessari per investire e farlo in modo intuibile e adatto anche a chi non ha esperienza sui mercati.
Forse, è proprio questo il lascito più duraturo di Burry, Buffett, Gates e Klarman:
non insegnarci cosa comprare… ma quando smettere di seguire la folla.









