Gli Smart Money si muovono

gli smart money si muovono

Ecco su cosa puntano i colossi di Wall Street

Ogni tre mesi, i maggiori gestori di capitali americani sono obbligati per legge a depositare presso la SEC un documento che, in gergo, si chiama 13F filing.

Si tratta di un inventario aggiornato delle loro posizioni azionarie e, per chi osserva i mercati dall’esterno, è come dare un’occhiata al quaderno degli appunti dei maestri.

 

Dentro ci sono gli spostamenti di colossi finanziari del calibro di Warren Buffett, Bill Ackman, Seth Klarman, Lee Lu e di tanti altri pesi massimi della finanza globale.

Ma attenzione, questi documenti (che puoi trovare su Investing PRO), non sono da prendere come un “oracolo”. Non sono una guida certa su cosa comprare o vendere, ma offrono spunti molto preziosi.

Permettono infatti di capire quali idee circolano ai piani alti, quali settori stanno attirando liquidità e quali, invece, vengono abbandonati.

 

Ed è proprio analizzando i filing più recenti che emergono quattro storie centrali con implicazioni rilevanti:

  • le nuove mosse di Warren Buffett
  • la scommessa cinese di Lee Lu
  • la puntata miliardaria di Bill Ackman
  • la fiducia rinnovata di Seth Klarman su Google.

 

Quindi in questo articolo analizzeremo insieme i movimenti di questi 4 super investitor per trarne delle importanti lezioni. Iniziamo.

 

Buffett e il lento distacco da Apple

Warren Buffett ha costruito negli anni un’immagine di investitore paziente, capace di restare ancorato a posizioni decennali.

Eppure, il titolo che per anni è stato la colonna portante del suo portafoglio, Apple, oggi sembra vivere una fase di ridimensionamento radicale.

 

Nel 2024 Buffett aveva iniziato a ridurre in maniera graduale la sua esposizione al colosso tech al punto che nel giro di tre trimestri, aveva venduto oltre 600 milioni di azioni, pari a due terzi della posizione originaria.

Il peso di Apple all’interno di Berkshire Hathaway era così sceso dal 50% al 25%.

 

Per mesi, tutto lasciava intendere che la pulizia fosse terminata, ma poi, con l’ultimo 13F, è arrivata una nuova sorpresa: un ulteriore taglio di circa 20 milioni di azioni, pari a un altro 6,7% della partecipazione residua.

 

 

Ma perché Buffett vende ancora?

Non possiamo essere dentro la sua testa, ma possiamo trovare alcune possibili risposte.

  • Una prima ipotesi potrebbe riguardare la valutazione del titolo: con un price/earnings intorno a 34, Apple non rappresenta più il classico titolo “value” che Buffett ama.

 

  • Un’altra motivazione, citata anche in passato, è la volontà di accumulare più liquidità per fronteggiare un mondo incerto.

  • Non manca poi il fattore fiscale: incassare oggi profitti in un contesto di possibili rialzi delle tasse sulle corporation, potrebbe rivelarsi una mossa saggia.

Rispetto al 2024 però c’è un dettaglio che mi lascia pensare: stavolta Apple non era ai massimi.

 

Anzi, il titolo aveva già subito correzioni e ciò potrebbe indicare un ulteriore elemento dietro la scelta: i rischi geopolitici e tariffari.

Nella conference call più recente, Tim Cook aveva stimato un costo aggiuntivo di circa 900 milioni di dollari a trimestre legato ai dazi.

Forse Buffett ha giudicato questo ostacolo troppo pesante, decidendo così di ridurre ancora?

Inoltre Apple (come puoi vedere nell’analisi di Investing PRO qui sotto), rimane fortemente dipendente dalla vendita di IPhone, il che la espone a rischi considerevoli visto l’emergere dei competitor cinesi.

 

 

Parallelamente però Berkshire non è rimasta ferma, infatti ha aperto una nuova posizione in UnitedHealth, il gigante dell’assicurazione sanitaria, con un investimento da circa 1,5 miliardi di dollari.

 

 

Una mossa che a prima vista potrebbe sorprendere poiché il settore health insurance è da mesi sotto i riflettori per le tensioni legate ai rifiuti di rimborso e ai crescenti costi reputazionali.

Ma evidentemente Buffett (o i suoi vice Todd Combs e Ted Weschler) ritengono che la forza del modello economico prevalga in questo caso sui rischi di immagine, offrendo anzi un buon punto di ingresso.

 

Tra le altre mosse da segnalare, vi è poi un’ulteriore riduzione del 4% della quota in Bank of America, un aumento del 3% in Chevron e una limatura del 4% in DaVita Healthcare.

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Lee Lu e la scommessa su Pinduoduo

Il secondo protagonista dei 13F più recenti è sicuramente Li Lu, investitore cinese molto apprezzato dallo stesso Charlie Munger.

La sua società, Himalaya Capital, ha preso una decisione significativa (e parecchio dibattuta): un ingresso massiccio in Pinduoduo (PDD).

La società ha infatti acquistato ben 4,6 milioni di azioni, pari a un’esposizione di 482 milioni di dollari, portando questa partecipazione a diventare la seconda per peso nel portafoglio di Li Lu, dietro solo a Bank of America.

 

 

 

Ma perché proprio Pinduoduo?

Anche in questo caso, non possiamo ahimè essere nella mente di Li Lu, ma poiché anche io ho piazzato la mia scommessa su questa società tempo fa (e tutt’ora la detengo in portafoglio), penso di potermi avvicinare molto alle possibili motivazioni.

Al di là di Temu, uno dei brand più conosciuti del gruppo con un forte marketing e ottimi prezzi, la società, si è ora distinta con un modello particolare: gli acquisti di gruppo.

 

Più amici e familiari partecipano a un acquisto condiviso, più basso diventa il prezzo.

Rispetto infatti ai suoi competitor Alibaba e JD.com, con cui può competere solo a livello prezzo, ora con questa nuova modalità di acquisto, riesce ad unire risparmio e socialità, con un impatto importante su un pubblico giovane, più sensibile ai costi.

Questa fusione rende l’esperienza di acquisto più coinvolgente e allo stesso tempo più “permeante” a livello marketing.

 

Ma il vero punto di forza non sta tanto nella logica e-commerce classica, quanto nella sua capacità di monetizzare attraverso la pubblicità interna.

I venditori infatti pagano per comparire in posizioni di rilievo sulla piattaforma, garantendo a PDD ricavi più stabili e margini interessanti.

Inoltre, con il lancio internazionale di Temu – l’app che porta il modello “low-cost factory direct” al mercato globale – la società ha iniziato a insidiare anche Amazon e Shein.

 

Abbiamo visto i punti di forza ma, non tutto fila sempre liscio. Nell’ultimo trimestre i profitti operativi sono scesi del 38% anno su anno, a causa di forti investimenti sul rafforzamento dell’ecosistema.

La dirigenza ha spiegato che si tratta di spese necessarie per consolidare il futuro anche se nel breve periodo pesano notevolmente sulla redditività.

Dal punto di vista delle valutazioni, i numeri sono curiosi: su base annualizzata, il PE risulta intorno a 21, ma considerando gli utili degli ultimi 12 mesi il multiplo scende addirittura a 13,3.

 

 

In sostanza per Li Lu la scommessa è chiara: accettare un rallentamento temporaneo in cambio di un potenziale vantaggio competitivo duraturo in un settore che rimane in forte crescita, visione che non posso fare a meno di condividere.

Per capire se un investimento regge nel tempo non basta guardare al fatturato del trimestre: con Investing Pro puoi confrontare valutazioni, margini e rischi di settori interi, con analisi che vanno oltre il breve periodo.

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Bill Ackman ritorna su…

Il terzo protagonista è Bill Ackman, con il suo fondo Pershing Square.

Abbiamo giù parlato di lui gli scorsi mesi dopo la discussa puntata da “All-in” su Uber (analizzata in questo articolo), ma questa volta parleremo di una nuova posizione.

La novità riguarda una presa di posizione imponente in Amazon, per circa 1,3 miliardi di dollari, oggi quarto titolo in ordine di grandezza nel portafoglio, dietro Uber, Brookfield e Restaurant Brands International.

 

 

Ackman ha approfittato di un momento favorevole per posizionarsi, l’acquisto è infatti avvenuto dopo una correzione di circa il 30% del titolo a inizio anno.

Da allora, Amazon ha già recuperato circa il 40%, rendendo quindi l’operazione di Bill, un successo immediato.

Le ragioni di quel calo erano legate a due fattori: i timori sull’impatto della corsa all’intelligenza artificiale generativa e le incertezze sui dazi statunitensi.

Timori che però Ackman e il suo team hanno giudicato eccessivi.

 

In particolare, sul fronte cloud di AWS (Amazon Web Services), la convinzione è che il business continui a crescere a ritmi sostenuti e che eventuali rallentamenti siano assolutamente gestibili.

Il CIO di Pershing, Ryan Israel, ha spiegato che la società vedeva in quel momento «un’opportunità unica», con la prospettiva di utili per azione in crescita oltre il 20% annuo.

E i fatti, almeno per ora, i dati gli hanno dato ragione.

 

Lo stesso CEO di Amazon, Andy Jassy, nelle ultime call ha ribadito che i dazi non hanno avuto finora impatti significativi, né sui prezzi medi e né sulla domanda.

L’operazione di Ackman quindi, è un caso classico di “comprare nel panico” e beneficiare del rimbalzo.

Resta da vedere se la forza sul lungo periodo di Amazon, con la combinazione e-commerce + cloud, riuscirà a confermarsi valida nonostante la concorrenza crescente.

 

Amazon a differenza di Apple, ha un business molto più bilanciato che può contare su più fonti di entrate come puoi vedere dalla foto qui sotto:

  • AWS con circa $107B

  • Online Stores con $247B

  • 3P Seller Services $156B

  • Ad Services, Physical Stores, Sub e other services che complessivamente raggiungono circa $130B

 

 

Seth Klarman e la fiducia su Google

Il quarto capitolo riguarda Seth Klarman e il suo fondo Baupost.

Qui la scelta è stata netta: rafforzare la posizione in Google con un incremento del 27%.

Oggi il titolo rappresenta oltre l’11% del portafoglio di Seth, con un valore di circa 467 milioni di dollari, diventando la partecipazione più pesante.

 

 

La mossa è interessante perché avviene in un contesto di narrazione contrastata.

Infatti da un lato Google continua a essere una macchina di profitti con ricavi da ricerca in crescita del 12% anno su anno, utile operativo da 33 miliardi solo nella divisione servizi, 2,8 miliardi di profitti dal cloud e 24 miliardi di free cash flow generati nei primi sei mesi dell’anno. Il tutto incorniciato da un bilancio di liquidità di oltre 95 miliardi di dollari.

 

Ma dall’altro lato, cresce lo scetticismo sul suo vantaggio competitivo nel search.

L’avvento di ChatGPT e degli assistenti basati su AI generativa ha spostato le abitudini di ricerca di molti utenti facendo sorgere dunque spontanea una domanda: quanto durerà ancora il monopolio di Google?

Klarman sembra non avere dubbi: a un PE di 22, con crescita ancora robusta e una posizione finanziaria di ferro, il titolo rappresenta un’opportunità.

In altre parole vede più i numeri che le paure ed è disposto a scommettere che Google saprà adattarsi all’era AI (come del resto sta facendo con Gemini), senza compromettere la sua capacità di generare utili.

 

Cosa possiamo imparare da questi movimenti?

Oggi abbiamo analizzato quattro storie diverse ma unite da un filo comune: i grandi investitori non seguono mai la folla.

Questa è forse la lezione più importante che estrapolerei dall’analisi di questi grossi portafogli.

Gli Smart Money non seguono la folla, agiscono per tempo e anzi spesso proprio in controtendenza, ragionando sul lungo periodo, piuttosto che sul breve.

 

  • Buffett riduce la sua esposizione al titolo più amato in assoluto, Apple, e poi sposta soldi su settori in questo periodo controversi come l’assicurazione sanitaria.

 

  • Lee Lu scommette forte su un player cinese emergente, proprio mentre molti fuggono dal mercato asiatico in preda alla paura sui dazi.

 

  • Ackman compra Amazon in pieno calo, incassando il rimbalzo.

 

  • Klarman rafforza Google nonostante i forti dubbi sul futuro del search.

 

Ecco che cosa leggo io dietro questi movimenti.

Il 13F non è un “vediamo cosa comprano e vendono questi qui”, ma è per me uno specchio: non ci dice cosa fare, ma ci mostra come ragionano i maestri.

E in un mondo finanziario dominato dalla volatilità e dalle narrative istantanee, guardare a queste mosse con occhio critico, piuttosto che con la volontà di semplicemente copiare, può offrire un vantaggio estremamente prezioso.

La lezione è sempre la stessa: le vere decisioni non si prendono guardando i grafici a un mese, ma immaginando come reagiranno i modelli di business, fra cinque o dieci anni.

Gli strumenti ci sono: Investing Pro mette a disposizione dati, metriche e comparazioni che ti aiutano a immaginare davvero come reagiranno i modelli di business nel futuro.

 

E forse proprio qui sta il senso più profondo dei 13F: non sono mappe del tesoro, ma radiografie di come i capitali più sofisticati interpretano il tempo.

Perché alla fine, in finanza, vince chi sa attendere, chi sa leggere il rumore senza farsi travolgere e chi ha il coraggio di costruire visioni che vadano oltre il prossimo trimestre.

È in quella distanza tra oggi e domani che si decide chi resterà spettatore… e chi diventerà invece protagonista.

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Riguardo all'autore

Stefano Demasi

Stefano Demasi è un punto di riferimento italiano nel mondo della finanza e degli investimenti.

Seguìto da una community in continua crescita di investitori e appassionati, Stefano ha trasformato la sua passione in un vero movimento di educazione finanziaria.

Attraverso contenuti chiari, aggiornati e pragmatici, ha aiutato centinaia di persone a comprendere come muoversi nel mondo di Bitcoin e negli investimenti, trasformando teorie complesse in azioni concrete e profittevoli.

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