La FED taglia i tassi

Ecco cosa succederà adesso

Ci sono momenti nella storia economica che diventano spartiacque.

Non perché non siano mai accaduti prima, ma perché avvengono in un contesto talmente fragile da cambiare le regole del gioco.

 

Ecco, il taglio dei tassi deciso dalla Federal Reserve poco tempo fa è proprio uno di questi momenti.

Dopo aver portato avanti il ciclo di rialzi più aggressivo della storia moderna, Jerome Powell e il suo board hanno invertito la rotta.

La Fed ha ufficialmente iniziato ad abbassare i tassi, ponendo fine ad un’epoca piuttosto aspra.

 

Molti titoli di giornale diranno in questi tempi: “buona notizia, mutui più bassi, soldi più facili, borse che salgono”.

Ma la verità è molto più complessa di così e soprattutto, non immediata.

Questo taglio non è un “regalo”, come viene percepito, ma piuttosto una confessione.

 

È infatti la prova che il sistema è diventato troppo fragile.

Andiamo però più a fondo spiegando perché la Fed ha agito proprio ora, cosa significa per i mercati, e soprattutto che impatto avrà questa decisione sul nostro futuro prossimo.

 

Il contesto: un’economia che scricchiola

Partiamo da qui, sulla carta l’economia sembra migliorare, ma qualcosa non torna:

  • Il PIL continua a crescere sì, ma meno del previsto.

  • L’inflazione si è raffreddata rispetto al 2022, ma sta tornando al 3%

  • Il dollaro continua ad indebolirsi

 

Quindi perché all’improvviso la FED ha deciso di tagliare i tassi?

Tutto ha a che fare con un argomento ampiamente sottovalutato: l’occupazione.

Negli ultimi mesi, il Bureau of Labor Statistics ha rivisto al ribasso i numeri occupazionali e non di poco, perché parliamo di 1 milione di posti di lavoro in meno rispetto alle stime iniziali.

 

Randi Weingarten 🇺🇸 🖇️👩‍🎓📚 on X: "The #Trumpflation squeeze on workers shouldn't be a surprise to anyone who has been talking with families across the country. Every day, I hear from our

 

Questa è la correzione più grande mai registrata.

E non è tutto.

Gli esperti hanno scoperto che questa revisione era di 200.000 posti peggiore di quanto previsto dagli stessi economisti.

 

 

Ecco perché molti affermano che la FED sarebbe dovuta intervenire prima con i tagli, per evitare di raggiungere livelli così elevati.

 

Quindi il mercato del lavoro americano, considerato il pilastro più solido della crescita, sta scricchiolando più forte che nel 2008.

Per la FED, che ha un doppio mandato – stabilità dei prezzi e piena occupazione – questo è stato un segnale impossibile da ignorare.

 

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Il paradosso dell’inflazione

Ora, potresti pensare: “Ok, se i posti di lavoro calano, tagliare i tassi serve a stimolare l’economia, giusto?”.

Sì… e no.

Perché c’è un altro problema qui: l’inflazione non è sotto controllo.

 

Dopo essere scesa dal picco del 9% del 2022, si è ora stabilizzata intorno al 3%.

 

 

Non il 2%, cioè il target ufficiale, ma il 3%. Ecco quindi una potenziale realtà che nessuno osa dire, ma che guardando il grafico qui sopra risulta abbastanza evidente: il 3% potrebbe essere il nuovo 2%.

 

In altre parole con questi tagli la FED ha accettato silenziosamente che i prezzi non torneranno più alla stabilità pre-2020.

L’inflazione, come ho detto molte volte, è qui per restare, che ci piaccia o meno.

Il taglio di questi giorni è la conferma che Powell e soci hanno scelto di salvare il lavoro (e i mercati) sacrificando la battaglia all’inflazione.

Ma in tutto questo c’è un ulteriore problema.

 

Il tallone d’Achille: i Treasury a 10 anni

Entriamo nel cuore del sistema, perché non basta guardare al tasso ufficiale della FED, bisogna andare oltre e contestualizzarlo.

Quello che sto per mostrarti, la maggioranza delle persone non lo sa.

 

Vedila così, ad un livello molto ampio gli USA prendono in prestito denaro emettendo i Titoli del tesoro che è un termine elegante per dire che si tratta di una cambiale che promette un certo rendimento in un determinato lasso di tempo.

Questi tassi hanno, come ti spiegherò più avanti, un impatto importante sull’intero mercato.

 

La FED infatti è incaricata di controllare e gestire il “Tasso sui fondi federali” (che è sostanzialmente il tasso di interesse che le banche pagano ad altre banche quando si prestano denaro) e questo a rigor di logica incide sui titoli di stato a breve termine.

In pratica, quando la FED abbassa i tassi sui fondi federali, questi titoli a breve termine non dovrebbero più necessitare di restituire tassi elevati e di conseguenza scendono.

 

Ecco perché tutti sono contenti quando vengono tagliati i tassi.

Quando si tagliano i tassi infatti i prestiti diventano più economici, i mutui scendono e le azioni salgono.

Vero, ma non così in fretta.

 

Tutti questi elementi infatti non dipendono solo dai tassi FED, ma sono in realtà influenzati dal rendimento dei titoli del tesoro decennali e questi, sono a loro volta influenzati dalla domanda del mercato.

Mi spiego meglio.

 

Se gli investitori credono che sia un buon affare e comprano i titoli del tesoro, il prezzo delle obbligazioni sale e i rendimenti scendono, ma se viceversa pensano che l’inflazione resterà alta o che l’America sia troppo indebitata, vendono, i prezzi dei titoli scendono e i rendimenti salgono, spingendo in su anche tutti gli altri tassi di interesse.

Il risultato? Anche se la FED abbassa i tassi, i mutui e i prestiti possono comunque restare alti o addirittura salire.

 

È già successo prima, nel 2024 per esempio, nonostante i diversi tagli della FED, i tassi sui mutui trentennali non sono affatto scesi e per un periodo sono perfino aumentati.

 

 

Perché? Perché gli investitori non si fidavano, temevano un inasprimento dell’inflazione.

E questo è successo anche negli anni ‘90 e nel 2000, durante la bolla delle dotcom.

 

 

Questo è il grande paradosso: la FED può spingere il pedale della liquidità quanto vuole, ma se il mercato dice “non ci fidiamo”, il costo reale del denaro resta alto.

Quindi, anche se per molti effettivamente l’abbassamento dei tassi e la creazione di nuova liquidità più economica, inonderà il mercato di spesa, se l’inflazione rimane alta o l’economia soffre e gli USA iniziassero a sembrare meno interessanti, i tassi di interesse più importanti potrebbero rimanere invariati o addirittura crescere ulteriormente

 

Ed è qui che iniziano i guai.

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Il downgrade: gli USA non sono più “perfetti”

Nel maggio 2025, Moody’s ha declassato gli Stati Uniti da AAA a AA1.

Motivo? Il debito fuori controllo, disavanzi strutturali e incapacità politica di gestire le spese.

Quindi la fiducia sta già venendo meno.

 

Il debito sale ad una velocità folle: 1 trilione ogni 100 giorni.

Negli anni 2000 servivano anni per aggiungere mille miliardi.
Negli anni 2010, bastava un anno.
Oggi, bastano tre mesi.

 

Significa che ogni punto percentuale in più di tassi di interesse costa al Tesoro centinaia di miliardi l’anno solo di interessi da pagare.

Contemporaneamente però le entrate restano uguali.

Secondo le proiezioni, entro il 2035 gli interessi sul debito assorbiranno il 30% del bilancio federale.

In pratica, un dollaro su tre speso dallo Stato, sarà solo per pagare interessi ai detentori di bond. E questo è folle.

 

Tradotto?

Il mondo inizia a guardare agli USA non più come all’investimento “perfetto”, ma come a un debitore cronico che si salva solo perché stampa la valuta di riserva globale.

 

Quindi, anche se gli USA non hanno mai dichiarato ufficialmente default sul debito (e probabilmente non lo faranno mai) questo lascia supporre che tutto quello che possono fare è continuare a stampare.

Ma se ci saranno sempre meno investitori disposti ad acquistare il loro debito, il rendimento dei titoli del tesoro potrebbe continuare a rimanere elevato, ed è qui che iniziano i guai seri.

 

La borsa: il gigante dai piedi d’argilla

Molti ora penseranno: “Ok, allora i soldi andranno tutti nelle azioni”.
Ma non è così semplice.

Ancora una volta, i rendimenti dei titoli decennali hanno un impatto diretto anche sul mercato azionario, fungendo un po’ da barometro.

Ed ecco il problema: i titoli del tesoro sono considerati “il porto sicuro”, un posto dove mettere i soldi e avere garanzia di rendimento.

 

Ora, se questi offrissero per esempio rendimenti medi del 10%, perché investire sull’azionario con un rendimento medio dell’8-10% annuale o nell’immobiliare con un tasso di rendimento del 7%, quando si può investire sui titoli di stato senza alcun rischio o sforzo e fare meglio?

 

Come puoi vedere qui sotto, ad un incremento dei rendimenti dei titoli di stato, generalmente corrisponde un calo sul mercato azionario.

 

I rendimenti sul mercato quindi devono diventare competitivi con quelli dei treasury ma:

  • I rendimenti dei titoli sta salendo (perché la fiducia sta scendendo) e l’inflazione sta tornando al 3%. Questo porterebbe ad un periodo di crollo del mercato, piuttosto che un esplosione

  • Inoltre oggi il mercato azionario americano ha una concentrazione senza precedenti, il 40% dell’S&P 500 è nelle mani delle prime 10 aziende.

 

Per farti un paragone: alla vigilia della bolla dot-com, questo valore era al 25%.

E il caso più clamoroso è Nvidia, che da sola pesa più di quanto qualsiasi azienda abbia mai pesato sull’indice dal 1981.

 

Nvidia Market Value Surpasses UK Stock Market | Deriv Blog

 

È un problema? Sì e no.

  • Sì, perché significa che il mercato è vulnerabile: se crolla una delle big tech, crolla tutto.

  • No, perché molte di queste aziende hanno utili reali, non solo hype.

 

Quindi la concentrazione di per se non può prevedere l’andamento del mercato azionario, poiché a volte è dovuta ad aziende che semplicemente vanno bene, ma la velocità di concentrazione ci permette di individuare una bolla speculativa.

 

Il punto però è un altro: se i rendimenti dei Treasury restano alti, gli investitori potrebbero chiedersi perché rischiare in azioni quando i bond offrono 5-6% senza rischi, e allora sì che il rally potrebbe rallentare.

 

Lezioni dal passato: i tagli non sempre salvano

Chi pensa che i tagli della FED siano una garanzia di mercato toro, dimentica la storia.

  • Nel 2001, i tassi furono tagliati dopo lo scoppio della bolla dot-com, ma la recessione ci fu comunque.

  • Nel 2008, i tagli non evitarono il collasso di Lehman Brothers.

  • Nel 2020, i tassi a zero e il QE salvarono i mercati, ma al prezzo dell’inflazione che oggi stiamo pagando.

 

Quindi in questo contesto non molto roseo, la FED ha deciso di intervenire perché la disoccupazione ha superato il numero di posti di lavoro disponibili.

 

Per la prima volta in più di 4 anni, ci sono più disoccupati negli Stati Uniti che offerte di lavoro. Il mercato del lavoro continua a raffreddarsi. : r/XGramatikInsights

 

In questo modo, se le aziende hanno un accesso più economico al credito, più soldi girerebbero e tutto questo dovrebbe supportare l’intera economia.

 

Ecco perché con grande probabilità continueranno a tagliare fino a fine anno per spingere in su l’occupazione e, a giudicare dai livelli di inflazione che si aspettano per il 2026, è possibile che il piano sia tagliare in modo più aggressivo ora, per poi rallentare nel 2026 o comunque agire in base a come evolveranno i dati.

 

Ora però siamo a un bivio.

  • Se la FED taglia troppo in fretta, rischia di riaccendere l’inflazione.

  • Se taglia troppo lentamente, rischia di far salire la disoccupazione.

In entrambi i casi, qualcuno si farà male.

 

E questo è il messaggio chiave: la FED ora è intrappolata in un vicolo cieco, costretta a scegliere tra due mali, e se il prossimo anno Powell fosse sostituito da qualcuno in linea con le idee di Trump, ecco che i tagli potrebbero essere ancora più forti facendo diventare le cose molto interessanti.

 

Cosa significa per noi

Per l’investitore medio, tutto questo suona spaventoso ma in realtà è anche un’enorme opportunità.

Il messaggio è chiaro:

  • Il denaro fiat perderà valore nel tempo.

  • I mercati saranno più volatili.

 

Chi prospererà sarà chi avrà il coraggio di diversificare, di studiare e di adattarsi.
Azioni, oro, risorse e anche Bitcoin, potrebbero nei prossimi anni fare movimenti incredibili.

Il taglio della FED segna quindi ufficialmente l’inizio di una nuova fase e chi capisce questo ora, avrà un vantaggio enorme nei prossimi anni.

 

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Riguardo all'autore

Stefano Demasi

Stefano Demasi è un punto di riferimento italiano nel mondo della finanza e degli investimenti.

Seguìto da una community in continua crescita di investitori e appassionati, Stefano ha trasformato la sua passione in un vero movimento di educazione finanziaria.

Attraverso contenuti chiari, aggiornati e pragmatici, ha aiutato centinaia di persone a comprendere come muoversi nel mondo di Bitcoin e negli investimenti, trasformando teorie complesse in azioni concrete e profittevoli.

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