L'AI è una BOLLA: Michael Burry rompe il silenzio

 

Beh, chi l’avrebbe mai detto, dopo due anni e mezzo di silenzio radio Michael Burry, l’uomo che nel 2008 scommise contro il mercato immobiliare americano e vinse, è tornato su Twitter.

E, come spesso accade quando Burry twitta, il mondo finanziario si ferma un attimo, tira un respiro e pensa: “Oh no, di cosa si sarà accorto questa volta?

 

 

Il 31 ottobre Burry è riapparso pubblicando la celebre immagine del suo personaggio nel film The Big Short. Fin qui, niente di nuovo, questo è il suo modo preferito per dire “Sto pensando a qualcosa”.

Ma la frase che ha accompagnato questa foto, beh quella frase qualcosa da dire c’è l’ha eccome:

“Sometimes, we see bubbles. Sometimes, there is something to do about it. Sometimes, the only winning move is not to play.”

 

Tradotto: A volte vediamo bolle. A volte c’è qualcosa da fare. A volte l’unica mossa vincente è non giocare.

Una frase pesante, perché Burry non è uno che parla tanto per parlare.

Nel 2001 e nel 2008 vide le bolle formarsi, capì come muoversi e agì di conseguenza.

 

Questa volta, invece, sembra suggerire che la mossa più intelligente potrebbe essere restare fermi.

Un messaggio che arriva alcuni mesi dopo che Burry aveva aperto delle posizioni ribassiste (put) contro Palantir e Nvidia a fine terzo trimestre.

Posizioni che, guardando semplicemente l’andamento dei prezzi negli ultimi mesi, non gli hanno ancora dato ragione.

 

Nvidia e Palantir hanno continuato a correre come se avessero scoperto l’elisir dell’immortalità.

Fin qui, tutto sommato, niente di rivoluzionario: “Burry è tendenzialmente ribassista”, e ciclicamente chiama al crollo.

Poi però è arrivato un secondo tweet, e lì le cose hanno iniziato a diventare davvero interessanti.

 

I dati sono la chiave quando si investe, non il “seguire” ciecamente la massa.

È per questo che io prima di investire controllo sempre dati chiari, analisi e performance storiche su Investing PRO dove hai tutto in un’unica dashboard: bilanci, multipli, valutazioni, crescita prevista, fair value, analisi competitor e report mirati.

 

Analizziamo dunque questi dati.

Il cuore del problema: la crescita organica rallenta, la narrativa accelera

Questa volta Burry porta delle immagini, ed è qui che la sua analisi prende una forma concreta.

Ecco la prima.

 

 

Ecco le divisioni cloud dei 3 colossi mondiali: Microsoft, Google e Amazon.

Come puoi vedere nella foto, quelle stesse divisioni che hanno alimentato in modo solido e reale la crescita degli ultimi anni, stanno ora rallentando.

 

Tra il 2018 e il 2022 (barre nere), queste aree crescevano a doppia cifra in modo esplosivo:

  • +35% per Amazon

  • +45% per Alphabet (Google)

  • +22% per Microsoft

 

Dal 2023 al 2025 (barre rosse), la crescita è diventata più piatta, più prudente, più “normale”, nonostante il boom AI (basato su cloud):

  • +17% per Amazon

  • +29% per Alphabet (Google)

  • +20% per Microsoft

 

Eppure le azioni di questi colossi continuano a salire come se ci trovassimo nel 2020, nel pieno del boom tecnologico pandemico.

Qui c’è un divario evidente tra crescita reale e crescita percepita, e per Burry, quel divario è stato “fabbricato”.

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Il cerchio magico: Oracle, Nvidia, OpenAI e la crescita “sintetica”

Ed è qui che compare la parte più interessanate della storia.
Nella terza foto Burry mostra un diagramma che definire “curioso” sarebbe un eufemismo.

 

Immagine

 

Tre aziende al centro di questo gioco: Oracle, Nvidia e OpenAI.

Tre aziende che si scambiano soldi come in una scena dei Simpson:

  • Oracle compra tonnellate di chip Nvidia → Nvidia registra enormi ricavi.

  • Nvidia investe miliardi in OpenAI → OpenAI registra enormi ricavi.

  • OpenAI firma accordi pluriennali con Oracle → Oracle registra enormi ricavi.

  • Il gioco riparte

 

È un flusso di denaro che sembra crescita, sembra domanda, sembra innovazione esplosiva, ma è davvero così?

Oppure come suggerisce Burry, stiamo guardando una forma sofisticata di crescita sintetica, perfettamente legale e perfettamente ingannevole allo stesso tempo?

 

È come se tre amici si passassero le stesse banconote da 10 euro dicendo:
“Ehi, guarda, sono diventato ricco!”
“Anch’io!”
“Anch’io!”

 

Sulla carta, sembra tutto grandioso, ma la ricchezza reale non è aumentata, è semplicemente girata in cerchio.

E secondo Burry, questo tipo di dinamiche sono spesso alla base delle grandi bolle speculative.

La terza foto invece mostra la crescita degli investimenti nel settore Tech e TMT dagli anni ‘90 ad oggi.

 

Immagine

 

Gli investimenti delle aziende tecnologiche USA stanno crescendo molto rapidamente.
Il ritmo di crescita è simile a quello visto durante la bolla Internet del 1999–2000.
Questo indica grande entusiasmo e aspettative molto alte nel settore Tech, che può essere interpretato come un segnale positivo, ma anche un probabile rischio di “eccesso di fiducia”.

 

La domanda delle domande: il mercato nel suo complesso è davvero così caro?

Che le aziende AI stiano vivendo un momento di euforia, questo direi che è sotto gli occhi di tutti.

La vera domanda è: questa euforia si è infiltrata anche nel resto del mercato?

 

La risposta breve: sì.
La risposta lunga è: sì, e più di quanto credi.

Negli ultimi cinque anni, l’S&P 500 è salito di oltre l’80%. Una performance straordinaria, specialmente considerando che in mezzo c’è stata una pandemia, una guerra e il ciclo di rialzi dei tassi più aggressivo degli ultimi quarant’anni.

 

 

Ma i numeri da soli non bastano, serve un contesto, un indicatore.
E quale migliore indicatore se non quello preferito da Warren Buffett?

 

Il Buffett Indicator: un allarme che suona più forte che mai

Il Wilshire GDP, conosciuto come Buffett Indicator, mette a confronto il valore totale del mercato azionario USA con il PIL americano.

L’idea alla base è semplice: se il mercato azionario cresce molto più velocemente dell’economia reale, probabilmente stiamo vivendo una bolla.

 

Per capirci:

  • Sotto il 75% → mercato sottovalutato

  • 75–90% → valutazione corretta

  • 90–120% → mercato caro

  • 120%+ → territorio pericoloso

 

Nel picco della bolla dot-com, l’indicatore era al 138%.

Oggi?

 

Ci troviamo a circa il 220%, non solo più alto della bolla dot-com, ma anche più alto della bolla del 2021 e più alto di qualsiasi altro momento nella storia finanziaria americana.

È vero anche che oggi una parte crescente dei profitti dell’S&P 500 viene generata all’estero, e questo rende il confronto imperfetto, ma anche se riducessimo il Wilshire del 30% per compensare l’export, saremmo comunque intorno al 157%, cioè ben al di sopra del livello di pericolo.

 

Quindi sì, anche secondo il Buffett Indicator siamo in un territorio di potenziale bolla.

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Il secondo campanello d’allarme: lo Shiller P/E

Se il Buffett Indicator misura la temperatura del mercato, lo Shiller P/E (o CAPE ratio) misura la “febbre dell’investitore”.

Creato dal Premio Nobel Robert Shiller, questo indicatore analizza il mercato in rapporto alla media degli utili reali degli ultimi 10 anni coretti per l’inflazione.

 

Lo Shiller P/E storico è di 17.
Un valore che potremmo definire “normale”, sano e ragionevole.

Oggi?

 

 

Ci troviamo a 38,55, cioè la seconda lettura più alta della storia dopo il 2000:

  • Nel 1929 era 31, poco prima del crollo

  • Nel 2000 era 44, poco prima della bolla dot-com

  • Nel 2021 era 38, poco prima della Covid-crash tech

Ora è a 38,55.

 

Cosa ci dice tutto questo?

Gli investitori stanno potenzialmente pagando prezzi altissimi rispetto agli utili reali.

Il che significa che stanno scommettendo su una crescita futura eccezionale, soprattutto nei settori legati all’AI.

Non solo crescita, ma crescita straordinaria.

 

E qui torniamo a Burry.

Lui guarda gli stessi numeri, osserva che la crescita organica di cloud e AI sta rallentando, vede le valutazioni andare alle stelle e pensa:

“Ragazzi, siete sicuri? Perché a me sembra il 1999 con un filtro AI applicato sopra.”

 

Certo, gli indicatori non prevedono crolli e non possono dire quando scoppierà una bolla, ma possono dirci che ci troviamo in un contesto dove le aspettative sono così alte che basta un soffio di vento per far tremare tutto.

Questa è la parte che Burry sta sottolineando, la parte in cui gli investitori stanno pagando prezzi altissimi oggi perché credono che gli utili delle grandi aziende AI esploderanno domani.

 

Ma se ciò non avvenisse, i multipli dovranno ad un certo punto correggersi.

E quando i multipli correggono, lo fanno quasi sempre attraverso il numeratore: i prezzi delle azioni.

In altre parole, si scende.

 

Quindi… che si fa?

E qui arriva la filosofia di investimento più vecchia del mondo, citata da Buffett, Munger e ogni investitore value che abbia mai parlato in pubblico.

Non possiamo sapere cosa farà il mercato, non possiamo sapere cosa farà l’AI e non possiamo sapere se Nvidia diventerà la nuova Apple o la nuova Cisco del 2000.

 

Quello che però possiamo fare è restare fedeli ai principi dell’investimento:

  1. Stai nel tuo circolo di competenza.
    Conosci ciò che compri.

  2. Cerca aziende con un vantaggio competitivo reale.
    Non fumo digitale, ma moats concreti: pricing power, brand, rete, asset unici.

  3. Analizza la qualità della gestione.
    Integrità, visione, allocazione del capitale sono la chiave per un’esecuzione top.

  4. Aspetta un prezzo giusto.
    Come diceva Munger: “Il grande denaro non si fa nel comprare o nel vendere. Si fa nell’attendere.”

 

Phil Town — storico investitore value — recentemente ha detto: il mercato è caro da sette anni, eppure ogni anno trova almeno un’opportunità davvero buona.

C’è sempre una pietra da sollevare, c’è sempre un titolo dimenticato da tutti, un business solido ignorato perché non rientra nella narrativa del momento.

E questo è proprio il cuore dell’esperimento che sto portando avanti in questi mesi sul mercato americano (ne ho parlato qui)

 

Conclusione

La storia ci insegna che Burry vede cose che pochi vedono, ma ci insegna anche che non è infallibile. A volte ci prende in pieno, a volte sbaglia, a volte è semplicemente troppo in anticipo.

 

Ma questa volta il suo messaggio non è “State per fallire tutti”.
È più filosofico, più mungeriano:

“Forse la mossa vincente è non giocare.”

 

Non significa uscire dal mercato, ma significa evitare le zone più calde, quelle dove la narrativa pesa più dei numeri, dove i grafici salgono più delle vendite, dove i multipli crescono più dei profitti.

Significa investire non come il mercato sembra volere, ma come ha sempre funzionato davvero: con pazienza, disciplina, scetticismo costruttivo e un pizzico di umiltà.

E forse, proprio come suggerisce Burry, questa volta il grande rischio non è essere ribassisti o rialzisti, ma essere semplicemente troppo coinvolti.

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Riguardo all'autore

Stefano Demasi

Stefano Demasi è un punto di riferimento italiano nel mondo della finanza e degli investimenti.

Seguìto da una community in continua crescita di investitori e appassionati, Stefano ha trasformato la sua passione in un vero movimento di educazione finanziaria.

Attraverso contenuti chiari, aggiornati e pragmatici, ha aiutato centinaia di persone a comprendere come muoversi nel mondo di Bitcoin e negli investimenti, trasformando teorie complesse in azioni concrete e profittevoli.

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